Cari amici e cari lettori,

questo numero lo dedichiamo alla nostra cara amica e collega dott.ssa Caterina De Vito che ci ha lasciato un anno fa.

Ricordiamo che Caterina fu una fondatrice dell’Istituto e che poi, nel corso di più di 20 anni, ha svolto numerose funzioni con incomparabile intelligenza, equilibrio e sensibilità.

La sua scomparsa ci lascia ancora increduli e attoniti per il contrasto con la sua estrema vitalità.

Poter condensare in poche righe la ricchezza e l’intensità della sua presenza professionale ed umana appare un compito assai arduo, abbiamo dunque scelto di dedicare alla sua memoria questo numero della rivista nell’idea di condividere con i lettori alcuni temi di riflessione cari alla nostra collega Caterina.

Portiamo con noi il suo acume, la sua vivace curiosità, la sua apertura al nuovo insieme alla sua solida presenza ed alla sua calda accoglienza. Caterina è stata per tutti noi colleghi, amici ed allievi un esempio di rara competenza didattica e psicoterapeutica, coniugando sapientemente la forza della sua esperienza con l’apertura all’innovazione.

E’ stato un onore conoscerla e lavorare con lei. Oggi a distanza di un anno dalla sua scomparsa sentiamo la mestizia/la tristezza di averla persa così precocemente ma allo stesso tempo la ricchezza di quanto ci ha lasciato.


Simona De Stasio, Pierina Traverso

Il sonno e le routine di addormentamento nei primi anni di vita di un bambino: la prospettiva interattiva genitore–bambino

I pattern di sonno-veglia rappresentano nella prima infanzia un processo cruciale nello sviluppo dei bambini e spesso una coinvolgente ed impegnativa sfida per i genitori. In questo contributo sarà considerata la complessa relazione tra genitorialità e dinamiche di addormentamento/sonno nei primi anni di vita del bambino all’interno di una prospettiva transazionale, saranno approfondite in particolare le dinamiche interattive genitore-bambino e le loro implicazioni nelle routine di addormentamento.

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Tania Facioni

"Spostamenti” nello spazio del setting

Attraverso l’esemplificazione di due casi clinici vengono proposti alcuni spunti di riflessione sullo spazio del setting: un ascolto attento delle risonanze generate dai movimenti che accadono in tale spazio permette di cogliere alcuni importati cambiamenti nella relazione terapeutica e nel mondo interno del paziente.

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Denise Erbuto

Riflessioni sull’esperienza della corporeità: tra Leib e Körper

Essere un corpo (Leib) e avere un corpo (Körper) s’impone, nell’ambito delle psicoterapie corporee, come questione prioritaria per riflettere sul significato dell’esserci.

In queste pagine, l’esperienza della corporeità, grazie al contributo di vari autori, verrà presentata entro i due poli del corpo-vissuto (Leib) e corpo anatomico (Körper). In ogni esistenza, anche quando sembra prevalere una polarità, come nel vissuto schizofrenico, non si assiste mai alla scomparsa di una sull’altra, permanendo una relazione dialettica inscindibile simile al rapporto figura-sfondo.

Nella pratica clinica, ri-pensare al corpo come soggetto e oggetto nel medesimo tempo diviene possibile vettore di esplorazione di esistenze troppo spesso disancorate dalla spontaneità dell’esserci e dalla totalità della corporeità vissuta.

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Maria Annunziata Favasuli

Il sentimento ineffabile della vergogna

L’apparente paradossalità della vergogna, il suo essere al crocevia fra intimità e relazionalità testimonia della sua vicinanza ontologica al registro dell’identità soggettiva, alla costruzione di un senso di Sé nell’incontro con l’altro.

L’articolo esplora da un versante fenomenologico le implicazioni ontogenetiche e cliniche di un sentimento che sembra, sulla scena sociale odierna, presentarsi sotto altre forme, dando vita a nuove figure. L’assunto cui si fa riferimento riguarda la contestualità della vita emozionale: il cambiamento nel pensiero psicoanalitico, dal primato dell’impulso a quello dell’affettività orienta la comprensione dei contenuti psichici verso una contestualità fenomenologica connotata dal complesso intersecarsi di campi intersoggettivi.

In tal senso la vergogna che costitutivamente rimanda alla presenza dell’Altro, è parsa una traccia feconda per sottolineare, nel comprendere un’emozione umana, la raffinata e complessa dipendenza della vita psichica dal contesto in cui essa si declina.

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Maria Lapolla

Dalla maschera al volto: Personaggi in cerca di autore, Persone alla ricerca del Sé

Il dramma “Sei Personaggi in cerca d’autore” e la vicenda personale di Pirandello sono il punto di partenza per avvicinarsi a un disagio oggi piuttosto diffuso: il Sé mancato o Falso Sé, attraverso il linguaggio universale dell’arte che suscita emozioni, immagini, sogni, sentimenti. E’ questa la strada che può consentire al terapeuta di avvicinarsi al paziente per ‘sentire e vivere’ la relazione terapeutica prima di capire e interpretare. La maschera e il volto, l’essere e l’apparire: Pirandello trasforma il dolore personale in coscienza drammatica dell’esistenza, e attraverso l’astrazione rende lucido il pensiero e chiaro anche lo smarrimento. Utilizza l’arte non solo per individuare i nodi delle contraddizioni umane, le mistificazioni, il modo d’essere di una società cristallizzata nei patti di carta, nelle convenzioni che sostituiscono i vincoli della moralità, ma per ritessere logicamente anche la pazzia. Nella nostra società, anche se per motivi diversi da quelli del primo ’900, l’apparire si sostituisce all’essere in maniera sempre più pervasiva . La certezza di esistere è nell’apparire: riprendersi, fotografarsi, mettere in rete anche ciò che dovrebbe essere più personale. Al falso pudore, al rispetto di formali convenienze si sta sostituendo un non pudore. Potrebbe non essere sfrontatezza ma paura dell’assenza.

Il percorso terapeutico si trova di fronte al compito della ricostruzione del volto partendo dalle radici iscritte nei vissuti corporei inconsci, nella preistoria senza parole dell’esistenza personale di ciascuno.

Pirandello ci invita a dare in modo creativo una possibilità a quei i “fermenti di vita” congelati, alle potenzialità del vero Sé, come le avrebbe chiamate Winnicot, per cercare di essere autori di noi stessi e, come psicoterapeuti co-autori di persone/personaggi che nella relazione terapeutica trovano lo spazio per abbandonare gli abiti di scena e scoprire il proprio stile.

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